Storia e origine del Coaching

Storia e origine del coaching

Definizione ICF

Per parlare della storia e origine del Coaching è importante comprendere il significato di “Coaching”. Questa è una delle parole per le quali non trovo un’adeguata traduzione in Italiano. In sé, nel suo essere esercitato, si racchiudono più significati, alcuni altrettanto complessi, non traducibili in un’unica parola di sintesi nella nostra lingua madre .

L’International Coach Federation ICF lo descrive così: «Il coaching professionale è un rapporto di partnership che si stabilisce tra coach e cliente con lo scopo di aiutare quest’ultimo ad ottenere risultati ottimali in ambito sia lavorativo che personale. Grazie all’attività svolta dal coach, i clienti sono in grado di apprendere ed elaborare le tecniche e le strategie di azione che permetteranno loro di migliorare sia le performance che la qualità della propria vita.»

le Origini

Le origini del Coaching possono essere trovate nella filosofia greca. Socrate, con l’uso della maieutica e il suo “conosci te stesso” suggerisce l’idea di una possibile guida (il coach) che favorisca nell’altro (il coachee) l’apprendimento e il conseguente cambiamento facendo leva sulla certezza che le soluzioni “abitino” già nell’altra persona.  Anche il concetto di cambiamento continuo di Eraclito, “panta rei, o la raccomandazione di Pindaro, “diventa ciò che sei”, sono contenuti fondamentali per questa attività professionale.

Stando nel recente, a costituire l’essenza del Coaching partecipa l’approccio di Carl Rogers e della psicologia umanistica che crede nel potenziale dell’individuo, nella partnership tra coach e coachee e nel prendere le proprie responsabilità nell’agire da parte di quest’ultimo.

Importante è, anche, il contributo sia della psicologia comportamentale, orientata ai risultati, sia della Gestalt che, valorizzando il qui e ora, aiuta l’emersione di ciò che è davvero essenziale.
Infine la PNL (Programmazione Neuro Linguistica), che aggiunge strumenti e modelli alla cassetta degli attrezzi del coach.

gli ingredienti del Coaching

Prendendo spunto dalla definizione della ICF, il Coaching è, innanzitutto, un rapporto di partnership. E si sa, i rapporti hanno senso di esistere e sono funzionali se partecipano in modo attivo tutte le persone coinvolte, attraverso un fare concreto. Quindi il Coaching è azione.

Si parla, poi, di obiettivi. Infatti, non c’è Coaching se non c’è obiettivo. Insomma, se si vuole fare una chiacchierata è meglio il bar, con gli amici: costa molto meno e non perdete tempo né voi e neppure il coach (se è uno bravo, appena capisce che da parte vostra non c’è impegno né reali sfide da vincere, vi saluterà).

Si evocano, inoltre, i risultati in ambito lavorativo e in quello personale: i due ambiti sono strettamente collegati, nonostante nel mondo del Coaching ci sia una distinzione netta tra Life Coaching e Executive Coaching. Questa nasce dalla necessità di separare gli ambiti di attività, e rendere questo nuovo strumento più facilmente accettato in ambito aziendale. In seguito i coach stessi hanno potuto scegliere l’ambito specifico di attività, assecondando la propria natura e valorizzando le proprie competenze e conoscenze.
Da qualsiasi punto si partirà, se sarà un buon percorso di Coaching, ci sarà comunque un impatto su ciascuna aree della propria vita.

Un altro aspetto da considerare riguardo l’approccio. Quello al quale io mi sono ispirata è il Coaching Ontologico-Trasformazionale che risulta essere strutturalmente efficace sia nell’ambito personale che in quello lavorativo.

Ci si focalizza poi sull’apprendere ed elaborare tecniche e strategie d’azione. Qui va fatta una precisazione. Il coach non insegna. Il coach non da suggerimenti. Il coach non ti dice cosa fare, cosa non fare, cosa sia meglio o cosa sia sbagliato. Se lo fa non è un coach. Può essere un consulente, un mentore, un counselor ma, ripeto, non è un coach.

Cosa fa un coach?

Risposta: domande. E, al momento giusto, fa quelle che vengono definite domande potenti: sono quelle che spostano, portando improvvisamente a pensare in modo diverso, spesso inaspettato. E’ come se si potesse vedere con un nuovo paio d’occhiali. E se si vedono cose nuove, si fanno pensieri nuovi. E dai pensieri nuovi nascono nuove azioni. E con le nuove azioni si cambia il corso delle cose, sperimentando il nuovo nella propria vita. Attenzione: la risposta è del coachee e solo sua. Per questo funziona davvero. Niente suggerimenti, né consigli, né, tanto meno, se io fossi in te. Qui a trovare cosa fare nella sua vita e della sua vita è solo il coachee. Il coach è una guida. Ha strumenti in più, esperienza  e grande capacità di ascolto (attivo). Ma il cammino, quello che vuole percorrere il coachee per raggiungere l’obiettivo, è sempre nuovo anche per il coach. In questo senso c’è alleanza ma non c’è delega. Aiuta ma non decide. Fa domande ma non dà risposte. E’ esperto del metodo ma non dei contenuti.

Infine, si parla di migliorare le performance e la qualità della vita del coachee. C’è una definizione molto funzionale di Timothy Gallwey, pedagogista dell’Università di Harward, che nel suo libro Inner Game of Tennis dichiara:

POTENZIALE – INTERFERENZE = PERFORMANCE

Quindi si tratta di liberare le potenzialità di una persona, eliminando (o anche solo riducendo) le interferenze, cioè tutto ciò che impedisce di dare il massimo, di essere la migliore versione di se stessi.
Sir John Whitmore, universalmente riconosciuto come il padre del coaching, parla di “liberare il potenziale di una persona per massimizzare la sua performance”.

Compito del coach è, quindi, aiutare il coachee ad individuare ciò che è interferenza e che, come tale, riduce la performance,  aiutandolo poi a trovare nuove soluzioni funzionali da trasformare in nuove azioni che gli consentano di raggiungere l’obiettivo prefisso.