Come conciliare Tempo e Lavoro: gli strumenti del Time Coaching

Come conciliare Tempo e Lavoro: gli strumenti del Time Coaching

In anni di crisi come quelli che stiamo vivendo, dove il lavoro è diventato un bene prezioso o un traguardo da raggiungere più che un’occupazione, il tema di come conciliare tempo e lavoro va preso con le pinze, nel rispetto delle difficoltà – a volte drammatiche – che implica. Utilizzare correttamente gli strumenti che il Time Coaching mette a disposizione, per fare in modo che il lavoro non diventi uno dei principali nemici del tempo di qualità, è molto importante.

E’ fondata l’idea che tale ruolo negativo del tempo non sia solo conseguenza di fattori socio-economici ma anche di una mentalità orientata nella direzione errata. Cerchiamo, quindi, di capire come la dimensione lavoro, se approcciata nel modo sbagliato, invada la sfera della vita privata, contaminandola con stress, eccessivo nervosismo e ansia.

Come lavoriamo: overdose di compiti.

Sono sicura che a tutti sia capitato di vivere una giornata di lavoro in cui i compiti da svolgere siano troppi per essere eseguiti in otto ore. Però dobbiamo farlo. Punto.

Cosa succede? Oltre che a un generale senso di disagio e di fretta costante nell’arco della giornata lavorativa, finisce che ci portiamo il lavoro a casa e poco importa se sotto forma di pc, documenti o pensieri.
Sarebbe estremamente facile, e in parete legittimo, dare la colpa all’azienda, al capo o più in generale al sistema che pretende performance sempre più alte. In più veniamo continuamente interrotti in quello che stiamo facendo da nuove email, notifiche, urgenze varie. Ogni incarico è urgente. Ma è davvero così?

Distinguere tra importante e urgente

In un altro articolo ho già iniziato a evidenziare la differenza tra “urgente” e “importante”.
Qui mi limito a farti notare che la maggior parte delle cose urgenti, in realtà, non sono affatto importanti. Non ricoprire ruoli autorevoli o decisionali a livello lavorativo non significa smettere di essere soggetti pensanti, persone e, spesso, basterebbe mettere un po’ di ordine e pesare le richieste per quello che sono e non per come ci vengono comunicate. Attenzione: può capitare di lavorare il week-end ma non deve diventare un’abitudine.

Capi e colleghi

Occhio perché è qua dove si gioca gran parte della partita.

Proviamo a fare mente locale: più concediamo, più veniamo caricati di compiti e lavori da svolgere. Il capo sembra non curarsi del fatto che la mole di incarichi sia esagerata, anzi, tante volte non vuole neanche sentirne parlare. Chiede solo risultati, tutto il resto non interessa. Stessa cosa vale per i colleghi, troppo competitivi e agguerriti: “team” spesso si riduce ad essere solo una parola utilizzata nei discorsi motivazionali.

Nel Time Coaching si lavora molto sui motivi profondi che ci impediscano di manifestare il nostro pensiero quando qualcuno ci sta dando più attività di quanto sia possibile portarne a termine, seppure con la massima volontà, nel tempo della giornata lavorativa. Durante le sessioni di coaching, con le domande potenti, si arriva a comprendere il motivo di questa posizione di sottomissione alle continue richieste altrui, come se noi esistessimo solo se possiamo risolvere i problemi di tutti e terminare tutte le attività in tempo zero, sia nostre che quelle del capo o dei nostri colleghi. Non importa quale sia la credenza che ci spinge a fare ciò: il problema è che, da qualche parte di noi, lo si creda indispensabile e, di conseguenza, lo si metta in atto.

Mettere confini per rendersi liberi

C’è una frase che mi ha sempre colpita molto:

“Gli altri fanno ciò che noi gli permettiamo di fare”

Significa che più permettiamo a capi o colleghi di invadere la nostra sfera decisionale con facilità, più loro lo faranno. Se noi diciamo sempre di sì alle richieste altrui, confermeremo il pensiero che noi abbiamo tempo anche per quello.
Un bel “no”, magari inaspettato, può essere la soluzione per riguadagnare il terreno che ci appartiene. In altre parole, per essere visti dobbiamo acquisire consistenza e il modo migliore per farlo è esprimere le proprie opinioni e dissenso quando siamo consapevoli che le richieste o i comportamenti altrui non sono adeguati.

Già, consapevolezza. La parola magica che il coaching usa come leva per essere così potente. Fa caso: quante volte capita di vedere persone che, a parità di ruolo, hanno libertà o incarichi diversi? Solitamente chi dice si è sempre oberato di lavoro; chi, invece, pianta bene i piedi per terra e segna con forza il limite che non deve essere valicato da altri, viene rispettato.

Decidere quando dire si

È evidente che dire sempre si può avere un’influenza molto negativa sulla quotidianità e sul benessere di vita, facendoci precipitare in un vortice impetuoso. Capita così che non ci godiamo la domenica pomeriggio perché la mente è già alla mattina seguente; che la sera a tavola, invece che parlare con la propria famiglia, siamo assenti e preoccupati per quello che è successo durante la giornata. Ne vale la pena? Decisamente no.

E non serve a nulla elencare i mille e mille alibi creati ad hoc per sostenere qualcosa che è al di fuori del nostro controllo. Bisogna saper osservare. Osservare da fuori, sospendendo il giudizio (altra capacità necessaria per essere un buon coach). E, anche, chiedersi: “qual è il mio vantaggio nel fare tutto quello che mi viene chiesto, compreso quello che dovrebbero fare i miei colleghi? Perché dico sempre si?”

Consapevolezza, ancora una volta, è la parola chiave.

Capire, con onestà, perché diciamo sempre si, sempre. Chiedersi: “se non dico sempre si, come mi vedranno gli altri?” Un poeta irlandese, Robert Burns, scrisse: “Possano gli dèi donarci la capacità di vedere noi stessi come gli altri ci vedono”.

La mia esperienza di Time Coach mi permette di affermare che fare questo esercizio ci disincanta e ci rende più consapevoli del mondo che ci circonda, anche nel campo lavorativo.

Dire di no

È facile dire di no sul lavoro? No, spesso non è facile. Ma è necessario acquisire un processo di selezione, capace di farci accettare ciò che è veramente importante e ci riguarda e, contemporaneamente, sia in grado di farci vedere con chiarezza quando una attività non ci compete e/o non è importante.

Ancora una volta, consapevolezza: qui all’interno di un processo che, nel mio libro Il Tempo per me, si chiama Metodo V.I.T.A.

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