La percezione del tempo

La percezione del tempo

Da sempre l’uomo ha cercato di dare una definizione al concetto di tempo. All’impresa hanno partecipato sia individui comuni che alcune tra le menti più grandi dell’umanità.
A lato della filosofia e dell’aspetto teorico, l’uomo ha anche cercato di catturare il tempo misurandolo. Meridiane, meccanismi ad acqua, orologi da polso, digitali, fino ad arrivare agli orologi atomici di ultima generazione: tentativi che hanno raggiunto il loro scopo a livelli diversi nei secoli per arrivare alla massima precisione attuale.

Tuttavia l’ossessione dell’uomo per il tempo si scontra ancor oggi con un muro che appare invalicabile, almeno nella pratica. Per quanto siamo in grado e capaci di misurare il tempo, è per noi impossibile governarlo.

È un campo in cui entra in gioco il ruolo della percezione, ed è questo l’argomento dell’articolo che stai leggendo.

Cercheremo di capire cosa sia la nostra percezione del tempo attraverso la lente dei fattori biologici, culturali, sociali, tecnologici ed emotivi.

Il nostro corpo e il tempo: fattori biologici

Il nostro corpo è un complesso orologio biologico. L’invecchiamento è il primo metro di misura e la prova dello scorrere degli anni. Parlando di percezione però, le cose cambiano a seconda dell’età. La teoria dell’”effetto telescopico” dimostra che per gli adulti il tempo scorra più velocemente che per i giovani perché hanno la tendenza a posizionare cronologicamente gli eventi nella propria memoria in modo che quelli più recenti risultino più lontani rispetto a ciò che sono. Viceversa, gli eventi più remoti appaiono più vicini. Diversi studi confermano che la percezione temporale è influenzata da un neurotrasmettitore chiamato dopamina, la quale produce la sensazione che il tempo passi più in fretta.

Come cultura e società influenzano il tempo

Usciamo dalla veloce scarrozzata nell’ambito scientifico per entrare, invece, in un argomento a noi più congeniale.
I fattori culturali e sociali influenzano drasticamente il modo in cui percepiamo lo scorrere del tempo.

In passato, esisteva una cultura della pazienza, dovuta principalmente ad un rapporto meno frenetico con la quotidianità. Il tempo che si aveva alle spalle, inteso come l’età, era considerato un importante valore: l’esperienza era qualcosa di impagabile e fondamentale. Il tempo che si dedicava allo studio era decisamente dilatato rispetto ad oggi, così come quello per fare carriera o anche per costruire rapporti. Al contrario, nell’epoca attuale, viviamo in una frenesia caotica che la società si è auto imposta. Pensiamoci bene: il tempo non sembra mai abbastanza per completare la “to do list”. Ciò ha due conseguenze negative: la prima è che il nostro cervello si abitua a pensare che il tempo a disposizione sia sempre limitato, relegandolo così ad una dimensione di scarsità; la seconda è la frustrazione che nasce dalla sensazione di non essere in grado di portare a termini i nostri compiti. E questa frustrazione è un nemico potente.
Questo scenario ha pervaso interamente la nostra realtà utilizzando i mezzi più incisivi ed efficaci che aveva a disposizione, a partire dal lessico. L’espressione dead line è sufficiente a spiegare tutto. Prima era “rispetto delle scadenze”, “impegno”, parole con un’accezione completamente diversa, che lasciavano intravedere la tolleranza. “Dead Line” è invece una sentenza, per quanto mi riguarda orribile. Crea ansia anche se è una grossa bugia.

La tecnologia digitale

Il fattore tecnologico ha giocato (e lo fa tutt’ora) un ruolo da playmaker nella percezione del tempo. Un esempio: fino a poco più di vent’anni fa, inviare un messaggio significava prendere carta e penna, o in alternativa la macchina da scrivere, chiudere il tutto in una busta e aspettare che venisse consegnata. SMS, email e app varie hanno reso immediato ciò che aveva una tempistica fisiologica. Si potrebbe scrivere un libro su come questo abbia ucciso ogni tipo di ritualità e di emozione di certe tipologie di comunicazione, abbassando anche drasticamente il livello di qualità.

A noi interessa, in questo contesto, concentrarci su come la tecnologia abbia posizionato la nostra percezione del tempo su un binario completamente diverso. Se viviamo in un mondo dove tutto è istantaneo, ove tutto si può fare con un click, il nostro cervello tenderà a imitare questi processi. Le conseguenze in questo caso sono palesi: nel tentare di tenere il ritmo perdiamo efficacia e qualità in quello che stiamo facendo. Anche qui è sempre pronto a manifestarsi il fantasma della frustrazione.

Il tempo è emozione

Finalmente siamo arrivati al punto che mi sta a cuore. La faccio breve: le emozioni determinano la nostra percezione del tempo. Le ore volano quando siamo presi da attività che ci rendono felici: un appuntamento, una vacanza con gli amici, sport, un bel film, una serata al teatro, leggere un buon libro… potrei andare avanti all’infinito. Al contrario, quando facciamo cose che non ci piacciono, sembra non passare mai, soprattutto al lavoro.

Una professione che non ci soddisfa può letteralmente uccidere la nostra percezione del tempo, rallenta le lancette e aumenta il nostro disagio. Attenzione però perché, anche se non sembra, i giorni passano inesorabili. Il rischio è di arrivare al punto in cui, guardandoci alle spalle, ci accorgiamo di aver sprecato la nostra risorsa più preziosa in qualcosa che ci ha reso tristi.

Quando il tempo vola ci riempie, ci fa sentire soddisfatti. Riempire di emozioni il nostro tempo, anche se non sempre è facile, deve diventare una missione di vita. So bene che alcune condizioni possono impedirlo nell’immediato, ma averne consapevolezza e creare una strategia per riuscirci è il primo passo verso la felicità. E in questo un Time Coach può essere di grande aiuto: analizzare, scegliere ed eliminare diventa più semplice con l’aiuto di un professionista che ha dedicato la sua vita professionale all’aiuto alle persone affinché ritrovino nel tempo un alleato.
Un consiglio? Fai il primo passo verso il tuo tempo, ritrovalo e fallo tutto tuo.

Buon Tempo!

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